8) Hume. Le azioni dell'uomo sono legate alla necessit.
Collegando strettamente l'evidenza naturale con l'evidenza
morale, e utilizzando il concetto di causa, di cui la necessit 
una componente fondamentale, Hume arriva alla conclusione che la
nostra sensazione di libert  solo apparente. Dopo aver
considerato il rapporto fra libert e religione, Hume ci d anche
una definizione di ci che intende per necessit.
D. Hume, Trattato sulla natura umana, Libro secondo, Parte terza,
Sezione seconda (pagina 269).

Noi avvertiamo che in tanti casi le nostre azioni sono soggette al
nostro volere e immaginiamo di sentire che il volere stesso non 
soggetto a nulla; ch quando un altro ci contraddice sfidandoci a
provarlo, sentiamo infatti che la volont si muove agevolmente in
tutte le direzioni e produce un'immagine di s anche in ci in cui
non si  determinata. Questa immagine o velleit d'azione siamo
convinti che poteva attuarsi in concreto, perch, se lo si nega,
troviamo con una seconda prova che lo pu effettivamente. Ma tutti
questi sforzi sono vani e per quanto capricciose ed irregolari
siano le azioni che possiamo fare, essendo il desiderio di
mostrare la nostra libert l'unico movente dei nostri atti, non
riusciamo mai a liberarci dai legami della necessit. Anche se
immaginiamo di sentire una libert in noi, uno che ci osservi pu
di solito inferire i nostri atti dai motivi che li determinano e
dal nostro carattere; quando poi non vi riesce, concludo che lo
potrebbe se conoscesse perfettamente ogni circostanza della nostra
situazione e del nostro temperamento, i pi segreti impulsi del
nostro complesso psichico e delle nostre inclinazioni. Ora 
proprio questa l'essenza della necessit, secondo quanto abbiamo
detto prima.
Il terzo motivo per cui la dottrina della libert  stata
generalmente accolta meglio nel mondo della sua contraria procede
dalla religione che  stata coinvolta senza necessit in questa
faccenda. Non c' metodo di ragionamento pi comune e insieme pi
riprovevole di quello per cui si cerca, nelle dispute filosofiche,
di confutare un'ipotesi con il pretesto delle sue pericolose
conseguenze sulla religione e sulla morale. Un'opinione assurda 
sicuramente falsa, ma non  senz'altro falsa un'opinione per il
fatto di essere dannosa. Simili argomentazioni devono essere
bandite, come quelle che non servono alla scoperta della verit e
contribuiscono solo a rendere odiosa la persona dell'avversario.
Noto questo in generale, senza pretendere di trarre qualche
vantaggio. Mi sottometto sinceramente a un esame di questo genere
ed oso affermare che la dottrina della necessit, come la intendo,
non solo non  dannosa, ma  anzi utile alla religione e alla
moralit.
Definisco la necessit in due modi, secondo le due definizioni di
causa di cui essa rappresenta una parte essenziale. Essa consiste
tanto nell'unione e nella congiunzione costante di oggetti simili,
quanto nell'inferenza della mente da un oggetto all'altro. Ora la
necessit in entrambi i sensi  stata universalmente, sebbene
tacitamente, attribuita alla volont umana, nelle scuole, dal
pulpito e nella vita quotidiana, e nessuno ha mai preteso di
negare che possiamo trarre conclusioni sulle azioni umane e che
queste conclusioni si fondano sulla unione sperimentata di azioni
simili con motivi e circostanze simili. Il solo punto in cui
qualcuno pu dissentire da me  che egli si rifiuter di chiamare
ci necessit. Ma finch si  d'accordo sul significato, spero che
non si far questione di parole. Oppure egli sosterr che c'
qualcos'altro nei fenomeni fisici: ma in entrambi i casi la
religione non ne va di mezzo, qualunque cosa ne possa venire per
la filosofia naturale.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 918-919.
